Marina

venerdì, 12 luglio 2013

La ragazza delle pulizie è stata una figura autorevole e costante durante la mia crescita. Tipo che trascorrevo più tempo con lei che con i miei genitori. Soprattutto la settimana in cui a scuola ci andavo la sera. I compiti li facevo tra mezzogiorno e mezzogiorno e mezza, mentre per tutto il resto della mattinata guardavo i telefilm e parlavo di musica con la ragazza delle pulizie. La mia preferita si chiamava Marina. Era la tipa più tosta che avessi mai conosciuto, perché indossava la giacca di pelle, i jeans strappati e portava i capelli come Limahl. Aveva un bellissimo sorriso da stronzetta e, mentre puliva, ascoltava musica rock a tutto volume. Io le raccontavo i cazzi miei e lei con i suoi commenti sarcastici li faceva sembrare interessanti. Per me è stata come una sorella, per mia madre una figlia. A un certo punto ha smesso di lavorare a casa nostra e l’ho ritrovata a fare la bidella nella mia scuola. Figata! Era come avere un pezzettino della mia famiglia sempre appresso. Appena mi era possibile sgattaiolavo fuori dall’aula per andare a scambiare due parole con lei. Poi un giorno ha smesso di venire. Pareva avesse conosciuto un tipo facoltoso e avesse quindi deciso di sposarsi. Mi sarebbe mancata, ma ero contento per lei. Se lo meritava.

Una mattina di qualche anno dopo, mentre passavo in macchina con mia madre lungo una stradina di campagna, ricordo di aver notato una casa in costruzione. A dire il vero ci passavo spesso davanti, ma prima di quel giorno non mi ero mai domandato perché non fosse stata ultimata. E così mia madre ha colmato questa lacuna: «Ti ricordi di Marina?». «Certo che la ricordo». «Ricordi che aveva conosciuto quel tipo e doveva sposarsi?» Ricordavo anche questo. «Sarebbero dovuti andare ad abitare in quella casa. Aveva lasciato il lavoro alla tua scuola perché quel ragazzo diceva di poterla mantenere. Io le avevo detto di andarci piano, di non avere fretta, che era ancora giovane e che in fondo non si conoscevano bene. Era una situazione strana, non mi convinceva per niente, ma lei era così felice e non voleva dare ascolto a nessuno, nemmeno ai suoi genitori. Così alla fine è scappata di casa. Il tipo si è scoperto essere un delinquente e l’ha trascinata in un vortice di droga». «Droga?» «Si, non puoi capire quante ne ha passate, povera ragazza. Dopo qualche anno è tornata a casa, magra che sembrava un fantasma. I genitori l’hanno accolta, ma poi è scappata nuovamente. Alla fine è stata ritrovata morta per overdose». La voce di mia madre tremava un poco e a me era passata la voglia di ascoltarla.
Da quel giorno, tutte le volte che passavo davanti alla casa in costruzione pensavo a Marina, al suo bellissimo sorriso e all’incubo che doveva aver vissuto in quegli anni. Inoltre mi prendeva una strana voglia di eroina.

10 commenti

  1. Arianna:

    Finale amarissimo

  2. Ricordo che quando mia madre mi ha raccontato tutta la vicenda nei minimi dettagli non ci volevo credere.

  3. Come passare dal sorriso alla tristezza in un solo rigo di Post.
    E’ quello che ho provato leggendoti.

  4. Chenoa:

    Mai farsi mantenere da un uomo.

  5. In quegli anni farsi mantenere da un uomo andava ancora di moda.

  6. Lilian:

    Per me era già triste quando arriva al punto in cui lui le fa lasciare il lavoro. chemmerda però.

  7. La cosa più intensa del post è la frase finale: sembra assurda, ma credo di capirla, intuitivamente. E’ come una vibrazione che corre da una stretta allo stomaco lungo le braccia, come un bisogno di essere altrove, come il desiderio di fissare qualcosa bloccando il trascorrere delle cose. Questa è un po’ la sensazione che m’ha dato il leggerti.

  8. L’ultima frase, se partiamo dal penultimo punto all’ultimo, significa che più di ogni altra cosa avrei voluto condividere la sofferenza e il dolore. Un po’ per curiosità, un po’ per smezzarli con lei, come quando dividi una birra col tuo migliore amico. In fondo, se butti via una vita per l’erioina, significa che l’eroina dev’essere, come minimo, più figa della vita stessa. Un po’ di curiosità, a quel punto, ti viene.

  9. Non la facevo così ragionata: a me la tua lettura ha suscitato proprio delle sensazioni quasi epidermiche, appunto.

  10. Ma in realtà nemmeno io sono sicuro di quello che ho scritto.

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